il Carusello #2
I social e io ci usiamo per lavoro
Tra i tredici e i ventitré anni circa, non poter accedere costantemente a Internet per me era una violazione delle Convenzioni di Ginevra. Dieci anni di tremori, frustrazioni, sotterfugi, attese, suppliche e scenate a mio padre, livello d’intensità: la Sirenetta.
In effetti, quella tra Internet e me è stata una storia d’amore nata da un colpo di fulmine (e come tale, infatti, è finita in vacca). Facevo la seconda media, un anno per me talmente fiorito che provai per la prima volta a mollare la scuola. La mia migliore amica era mezza scozzese da parte di madre, che faceva la guida turistica e non la mandava a scuola vestita da insaccato allo scoccare di ottobre. Agli occhi di tutti era una madre degenere, tranne che della mia, abituata ad altri standard (vedi l’iconica storia del cesso). Un pomeriggio la mia amica mi accolse dicendo che doveva farmi vedere una cosa e mi portò nello studio della madre. La cosa, ovviamente, era Internet.
"Scrivi qui quello che vuoi vedere e te lo trova."
"Ma tutto?"
"Sì sì, tutto!"
Ho un video di quel momento, eccolo:
In quel momento esatto cominciò una guerra di logoramento con mio padre. Volevo Internet, volevo Internet, volevo Internet. Lo ripetevo ogni giorno, cento volte al giorno. Per assicurarmi che nessuno lo dimenticasse mentre ero a scuola, lasciavo promemoria in punti strategici della casa. Immaginate mio padre che smonta dal turno di notte, dorme un paio d’ore, si sveglia rincoglionito, va a pisciare e lì, col birillo in mano, trova un foglio sotto l’asse del water: “SE NON MI FAI INTERNET MI UCCIDO”.
Alla fine, credo di aver vinto solo grazie alla sua età. Papà aveva trent’anni spaccati, quindi era a) curioso del nuovo, b) restio ad andare al gabbio per infanticidio.
A casa della mia amica la regola era che ogni volta che si collegava a Internet, doveva versare 500 Lire in un barattolo accanto al PC. Proposi a mio padre di fare lo stesso, ma lui obiettò che se la mia amica versava i soldi della paghetta (che io non avevo), allora pagava la madre, non lei. Onesto. Papà non credeva nei gesti educativi simbolici: o mi trovavo un part-time, o volevo fregarlo.
Stabilì la regola che potevo collegarmi la sera dopo le 20, perché costava meno, e solo per un’ora. Dalla Sirenetta, a Lady Hawke.
Per anni le mie giornate ruotarono intorno all’attesa di quell’ora d’aria serale, perché su Internet c’era tanto da fare (i punti carisma di Extremelot non si farmavano da soli), avevo il mio sito su Final Fantasy da aggiornare, amici a cui spedire le email che avevo scritto nelle ore precedenti e da incontrare in chat, ma soprattutto sconosciuti con cui litigare perché non la pensavamo nello stesso modo su chi-deve-baciare-chi in un anime. L’esperienza del litigio è connaturata in quella di Internet, solo che una volta lo definivamo “flame”, non “un normale mercoledì mattina su Facebook”, e raramente aveva effetto su questioni di ordine socioeconomico mondiale. A parte quando le mie arringhe appassionate hanno convinto gli autori a far baciare Buffy e Spike.
Nel giro di vent’anni sono passata dall’aspettare l’ora della connessione, a sperare in quella della disconnessione. La costante è che il potere non ce l’ho io.
“Ok Eleonora, è chiaro che hai sofferto quanto Pietro Castellitto a Roma Nord, ora parliamo di come facciamo a lasciare i social se ci servono per lavoro?”
Quando si dice “uso i social per lavoro” di solito s’intende una di queste cose:
Sono un social media manager
Mi occupo di comunicazione (marketing, PR, ecc.) e devo essere sul pezzo
Per far conoscere la mia attività è utile o indispensabile essere presente sui social
Sono un content creator
Creare contenuti non è il mio lavoro principale, però mi ha favorito o potrebbe favorire opportunità lavorative
Quelli che hanno pescato il bastoncino più corto sono i primi, si sa. Infatti per la maggior parte sono Millennial, che di bastoncini corti ne ritirano una fornitura nuova ogni mese come in The Substance. Nel 2009, se sapevi caricare una foto su Facebook prima o poi qualcuno ti offriva duecento euro per aprire la pagina della sua salumeria. “Una cosa da dieci minuti al giorno, e intanto fai esperienza”. Dieci anni dopo, sei la ex starlette sfiorita, abusata e consumata dal sistema, che dice alla collega Gen Z: “Ormai per me è tardi, non c’è più niente da fare, ma tu puoi ancora salvarti”.
“La generazione più istruita della storia che aggiorna status su Facebook”, dice Leo in “Doveva essere il nostro momento”.
Che i social ci servano per lavoro è la verità. Se ho un libro in uscita ne avrò bisogno per farlo conoscere e per tre mesi starò più con Instagram che con mio marito. E nemmeno dopo potrò mollare troppo il colpo, perché altrimenti sarò punto e a capo con il libro successivo. Questo meccanismo, in varie misure, ci intrappola tutti.
Quindi non c’è rimedio? No1.
Se i social sono lavoro, trattiamoli come lavoro.
Quante ore lavori coi social?
Anche il foglietto laido attaccato alla porta del bar con su scritto “cercasi cameriera di bella presenza” specifica per quante ore serva, la cameriera.
Un freelance emette preventivo dopo aver calcolato quanto tempo impiegherà per finire il lavoro.
Anche il più stronzo dei capi non può trattenere un dipendente oltre l’orario pattuito per più di tot ore (non perché non vorrebbe, sia chiaro).
Eppure, abbiamo accettato come un dato di fatto che il nostro lavoro sui social debba essere continuo. In fondo non è lavoro vero, no? Si tratta solo di essere presente. Posso farlo mentre faccio altro, e intanto mi diverto, mi informo, vedo che fanno gli amici, mi distraggo.
Mio padre direbbe: “Ti sei fatta fregare”.
Ho provato a fare una piccola analisi: ho appuntato per un giorno tutte le volte che ho aperto un social, perché, e qual è il valore che ne ho tratto (direbbero i miei colleghi economisti).
Vi risparmio il tabulato, ma ecco alcuni punti:
Alle 8:35 avevo già avuto la mia prima botta di dopamina (nuovi like e follower), ma anche la mia prima incazzatura (uno sconosciuto mi ha dato torto sull’autismo di Elon Musk).
Alle 9:25 mi sono detta “do l’ultima occhiata ai social prima dell’hard block”2 , ma poi ne ho data un’altra alle 9:25 e ancora alle 9:55. Tra i tre intervalli non è successo niente che non potesse aspettare.
Tutte le volte che usavo il telefono per altro, aprivo poi TikTok e Instagram per puro automatismo. Già che ci sono, butto un occhio.
L’hard block più difficile da sopportare è quello del mattino. Non è che vada a rota, non sono messa così male, ma l’istinto di aprire i social c’è.
L’hard block pomeridiano è facile. Perché? Una risposta che mi sono data è che se non assecondo l’istinto di scrollare al mattino, non innesco quell’automatismo che mi porta a farlo tutto il giorno.
Ho scoperto che io cerco le notifiche, come tutti, ma non lo scroll. Se mi concedo di aprire un’app solo per controllare quelle, senza però fermarmi a scrollare, ci riesco senza fatica. (Non era mi padre! Non era lo scroll! Erano le notifiche d’aprile!)
Non mi è successo di trovare un direct di Scorsese che diceva “voglio trarre un film da un tuo libro, ma solo se mi rispondi entro dieci minuti”.
Lo scroll, quando l’ho fatto, è stato più interessante. Questo perché non ero già piena gonfia fracica di opinioni e contenuti masticati e rimasticati.
Ho fatto qualche tentativo e stimato che per contenere cazzeggio, fruizione di content utili e/o informativi, chiacchiere e lavoro, due ore e mezza sono più che sufficienti. Come minchia3 è possibile che il mio mi tempo medio di uso fino a tre settimane fa fosse di tre?
In quelle tre ore e mezza in più per chi ho lavorato?
La risposta è ovvia: per le piattaforme.
Questi numeri sono utili solo a me, perché ognuno fa un uso diverso dei social. Inoltre credo che scroll e situazione mentale siano strettamente correlati, infatti bene non stavo quel venerdì di settimane fa in cui ho passato un’ora su Instagram e cinque su TikTok (è vero, spesso ascolto video lunghi mentre faccio altro, ma… cinque!).
Comunque sia, quello che voglio dire non è: poco tempo sui social buono, tanto tempo sui social cattivo”. È: smettiamo di dare per scontato di dover esserci sempre e cominciamo a contare.
(Se vi interessa: negli ultimi giorni sono stata sui social per una media di un’ora. Non è
Sputazzi nel caffè
Dopo il ban di TikTok in US - breve come un numero da circo, ma più ridicolo -, alcuni utenti stanno mettendo in atto piccole forme di protesta; carine, finché sappiamo che sono sputazzi nel caffè, non atti sovversivi.
Selezionare “non mi interessa” ad ogni adv e subito dopo chiudere l’app. Questo spinge l’algoritmo a mostrare sempre meno l’adv, rompendo un po’ le scatole.
Utilizzare TikTok da browser, con adblock;
Segnalare in massa video positivi pro Potus & Co. L’algoritmo sospende automaticamente i video segnalati in massa, ma il punto è più che altro intasarlo.
Editare i video utilizzando alternative a CapCut. Qualche esempio: VN - Video Editor, InShot, KineMaster.
Se non usate TikTok, potete mettere in atto gli stessi scherzetti su Meta. Se siete utenti più passivi che attivi, cancellate le app dal telefono e usatele da browser. Su Facebook si può fare tutto (tranne avere una user experience decente), su Instagram quasi, non si possono solo postare le Stories.
Google, arrivo anche da te (con calma)
Ho abbandonato Chrome per Vivaldi, un browser super personalizzabile che non raccoglie dati, blocca i tracciamenti e protegge le informazioni dell’utente con crittografia end-to-end. Leggete il loro manifesto, è bello. Concordo con chi lo definisce il browser migliore in circolazione, a me è particolarmente utile suddividere le schede in diverse aree di lavoro.
Come motori di ricerca, sto provando Ecosia e Brave Search.
Ecosia è famoso per essere eco-friendly, perché si auto alimenta a pannelli solari e utilizza il 10% dei ricavati dagli annunci pubblicitari per piantare alberi. Però ha una partnership con Microsoft, e di recente ne ha stretta una anche con Google, quindi siamo lì. Brave Search invece è indipendente e si appoggia a Google solo se scegliete di farlo per alcune ricerche specifiche (se volete capire meglio come funzionano i motori di ricerca, trovate un articolo semplice qui). Non memorizza né invia in vostri dati a terzi, quindi dal punto di vista della privacy è migliore.
Google è ancora indubbiamente più potente di entrambi, ma è bello poter fare una ricerca senza essere soffocata dallo spam.
Letture più serie di questa
- qui riassume bene alcuni dei processi che ci tengono incollati ai social network. Daria ha lavorato a stretto contatto con sta roba: ne sa.
Per approfondire, consiglio il saggio Scansatevi dalla luce di James Williams. Ex strategist di Google, ora dedica la sua vita a spiegare come le piattaforme siano programmate per indurre dipendenza e limitare l’esercizio della nostra volontà.
Piattaforme risponde in modo semplice e veloce alla domanda Instagram ci ascolta?
il Carusello è gratuito, ma se questi argomenti ti interessano e vuoi sostenermi, puoi farmi felice acquistando il mio ultimo romanzo, “Doveva essere il nostro momento”, edito Mondadori. È scrivendolo che ho iniziato a riflettere su queste cose, ma il libro è più radicale di me (per ora). Se lo acquistate qui vi arriva con dedica (specificate nelle note per chi) e supportate una libreria indipendente.
Ci rileggiamo il 18 febbraio, amici!
“Se ti dà fastidio quello che ho, non sono cazzi miei” staranno cantando i fan degli Articolo 31.
Per chi si sintonizza adesso, uso un’app che impone un blocco molto severo dei social nelle ore che gli dico, cioè 10:00 - 12:00, 15:00 - 16:00.
A chi non mi conosce dico che sto facendo ogni sforzo possibile per trattenere il turpiloquio e passare per una persona seria almeno qui.




Blush 🙏🏼 (Io scatto sempre alla combo non-c’è-rimedio 😂)
Cara Eleonora,
mi affascina leggere i tuoi racconti che mi sembrano arrivare da un'altra galassia. Ho "solo" dieci anni più di te, substack è il mio primo social, il mio nerdismo nostalgico è consistito piuttosto nel leggere la posta elettronica con pine fino al 2014... mi pare quasi che non abbiamo neanche *un* riferimento culturale in comune, mi divertono immensamente le tue cronache marziane (ok, Marte è nella nostra galassia, la metafora non tiene...) e il tuo stile vivacissimo e curato nel dettaglio.
Grazie!