C'è posta per l'AI
Del perché vale la pena di sbattersi per rinunciare subito a Gmail (e simili)
In questi vent’anni che ho passato su Internet, di cose ne sono cambiate parecchie, una soltanto è rimasta la stessa: tra usare Outlook e chiudersi il mignolo in un cassetto, la seconda l’opzione è quella che limita le bestemmie.
Gmail sarà il frutto del ventre del Male, ma accidenti se è comoda. Il mio cane saprebbe usarla, e vi giuro che il mio cane ha altri pregi, ma non l’intelligenza. Outlook ce l’ho davanti da un po’, e non riesco a trovare il cestino.
IL. FOTTUTO. CESTINO.
Outlook è l’ex con cui mi sono lasciata benino molti anni fa. Niente tragedie, ci siamo allontanati gradualmente, neanche ricordavo più perché. Poi l’ho riaperto, e l’ho ricordato: perché è una merda. A chi è costretto ad usarlo ogni giorno per direttive d’ufficio, e ciononostante non è ancora uscito in strada con un mitra: vi stimo.
Prima che ci lasciassimo, Outlook è stato il cuore della mia vita sociale su Internet. Questo perché era l’unico modo con cui accedevo alle email, e non amavo niente più delle email. Intendo, l’idea stessa. Nei mesi in cui il mio lavoro full time era stato convincere la pover’anima di mio padre a mettere la connessione a casa (l’esilarante episodio di sfiorato infanticidio è qui), avevo riempito un quaderno intitolato INTERNET, con ogni pagina divisa in tre colonne: cose che avrei cercato, siti che avrei visitato, indirizzi email a cui avrei scritto.
I siti e gli indirizzi email li prendevo da riviste e fumetti. Chi ha mai provato a scrivere a una rivista sa che il processo era molto più lungo di quello che occorre per smantellare una democrazia (ahah) (ah). Le email non garantivano una risposta, ma davano più possibilità di fare le domande.
Al pari del tuo nickname, l’indirizzo email definiva chi eri, ma soprattutto che c’eri. Era la prima cosa che dovevi registrare per iniziare a navigare, il provider ti chiedeva il nome e tu, nel panico, gli davi o il tuo nomignolo (seguito da un codice alfanumerico, perché non eri l’unica Federica che i genitori chiamavano “Chicca”), o il nome di un personaggio di fantasia (sempre seguito da un codice alfanumerico, perché non eri l’unico fan di Sephiroth), o cose a caso1.
“Ma perché Budinetto82?”
“Perché stavo mangiando un budino, ma ‘budino’ era già preso.”
“Ah, allora sei dell’82.”
“No, è che anche ‘Budinetto84’ era già preso.”
La faccenda delle email diventò seria quando cominciai a farmi i primi amici virtuali. Alcuni li incontravo sulle chat o sui newsgroup, ad altri invece scrivevo dopo aver visitato e apprezzato i loro siti, e viceversa. All’inizio si parlava soltanto delle passioni comuni, ma una mail dopo l’altra ci si cominciava ad aprire su cose un po’ più personali, uscivano man mano veri nomi, età, città, scuole, problemi coi compagni o i genitori, fino a dissertazioni filosofiche sul senso della vita e lo spirito del tempo.
Per la cronaca, ho anche fatto una delle figure di merda peggiori della mia vita, via email, nello specifico su un newsgroup2. Un utente una volta disse una scemenza e feci una cosa contraria alla netiquette, cioè inoltrai il messaggio a un amico. Peccato che invece di “rispondi” feci “inoltra”, bensì “rispondi”, e il migliaio di membri del gruppo ricevettero le mie sbertucciate. Mi disiscrissi all’istante. Certo, per capire l’imbarazzo dovete immaginare un mondo in cui non era ancora normale insultare una persona per quante volte lava le federe.
La magia dell’email stava nell’incontro tra la rapidità del servizio in sé e il piacere di prendersi del tempo per leggere e rispondere con calma. Che poi, il “piacere” era necessità virtù, per me, perché potendomi connettere soltanto un’ora al giorno, preparavo le risposte prima e le spedivo tutte insieme.
Appena connessa, la prima cosa che facevo era aprire Outlook e fissare la finestra di dialogo che mi diceva quante mail avevo da scaricare, e a che punto era nello scaricarle. Il fermento la faceva sembrare una faccenda lunga secoli, a parte quando lo era davvero, tipo la volta che un’amica mi ha mandato We gotta power, la terza sigla giapponese di Dragon Ball, in formato WAV. Provate a scaricare una canzone di quattro minuti in formato WAV, con un modem 56k e un padre dietro che grida il conto alla rovescia del tempo online che ti rimane. Provate3.
(Mi pareva brutto non metterla.)
Negli anni ho accumulato molti indirizzi e tutti sono morti di morte naturale. A volte li abbandonavo io, ma non di rado schioppavano i server. Poi, è arrivato Gmail. Stabile, veloce, breve da dettare e soprattutto interconnesso a sempre più servizi. Questa è la cosa più comoda, e anche il problema più grave.
Perché bisogna abbandonare subito Gmail
Ho cominciato questa newsletter per documentare tentativi e strategie di allontanamento dai social network centralizzati. Ovviamente, sapevo che la situazione in realtà è da gioco di ruolo: c’è il cattivo da sconfiggere e poi, quando l’hai sconfitto, scopri che ce n’è un altro più grosso e cattivo. Quel cattivo è Google, e se non ce lo diciamo subito, a prescindere da cosa intendiamo o meno fare per liberarcene, la nostra “resistenza digitale” non andrà lontana.
Il problema è che lasciare Google sembra impossibile. Giustamente. È il motivo per cui non ha senso ragionare in termini di tutto o niente, quando si tratta di modificare le nostre abitudini online. Come minimo, bisogna prima crearne di nuove. Io ho deciso di partire dal mio indirizzo email. Perché?
La nostra posta elettronica ha tutto di noi. Tutto. Transazioni economiche, salute, affiliazioni politiche, famigliari, amici, iscrizioni, abitudini alimentari, passioni, lavoro, tempo libero, emozioni: passa tutto da lì. “Ma io ho due Gmail diverse, una per le cose serie e una per le iscrizioni”. Sì, ma le due caselle sono collegate. È come avere due cassetti nello stesso mobile, nient’altro.
Un data breach in uno qualsiasi degli inutili servizi a cui ci siamo iscritti per un trial gratuito cinque anni fa, rischia di aprire le porte ai dati di cui sopra.
Le nostre email (così come quello che carichiamo su Drive) nutrono l’AI generativa di Google.
Sinceramente, non ho mai ragionato sui dati prima di imbarcarmi in questo percorso di opt out dalle piattaforme. Mi dicevo vabbé, le big tech sanno quale spazzolino uso, quindi? Quindi, i dati sono letteralmente la fonte di ricchezza di queste realtà. Come spiega Stefano Feltri, sono una delle ragioni per cui gli Stati Uniti fanno i bulli con l’Europa: puntano a far saltare il GDPR, che avrà i suoi difetti, ma è l’ultimo argine allo strapotere delle big tech.
Il tema dei dati e della sorveglianza è importante anche - e soprattutto, in questo momento per la sicurezza delle minoranze. Per esempio, per il Dipartimento della Sicurezza degli Stati Uniti non è più illegale sorvegliare qualcuno perché appartenente alla comunità LGBTQ+.
Diventare nerd della privacy è al di là delle mie competenze e della mia natura, perché sono pigra e distratta. Ma se cambiare provider di posta elettronica può contribuire alla mia sicurezza e a togliere due grammi di potere a Google, eccomi!
(Considerate che il discorso non è tanto diverso per Yahoo! e Microsoft, tendono solo a essere un po’ meno pervasivi nelle nostre vite.)
Sì, è una menata, ma è fattibile
Cambiare indirizzo email non è difficile, ma ci sono modi più divertenti di passare due o tre pomeriggi dopo il lavoro, lo ammetto. D’altra parte, scema io che per dodici anni ho lasciato a Gmail le mie chiavi di casa. Amici che ho sfottuto per le vostre arcaiche “@virgilio.it”, perdonatemi. Non so quanto siano sicure, ma siete comunque più svegli di me.
Ciò detto, veramente, non è niente di terribile. Soprattutto se vi sentite lì lì per diventare persone non gradite alla Repubblica di Gilead, vi consiglio di farlo.
Questi i passi che ho fatto, presi da The Opt Out Project e riadattati alla mia scarsa capacità di concentrazione.
Ho due Gmail, una “seria” e l’altra per le iscrizioni varie. Ho scelto di partire da quella “seria”, perché credevo che sarebbe stata più rapida. In realtà no, perché nell’altra casella è stato più facile fare eliminazioni di massa (ehi, su questo potrebbe aiutarci lo stato con la stella sulla bandiera) (ahah) (ah).
Per prima cosa, il backup. Ho ordinato i messaggi dai più vecchi ed eliminato quelli che non mi interessa salvare. Passare in rassegna circa 7.000 mail non è divertente, ma mi ha fatto fare un viaggio tra i ricordi, al termini del quale mi sono baciata i gomiti di non avere più vent’anni.
Inizialmente, l’istinto di salvare tutto era forte. Non mi stupisce, conservare è diventato così facile che siamo diventati hoarder digitali. Invece, dopo un po’ sono stata colta da una specie di frenesia che mi faceva venir voglia di buttare tutto. Sono così, dolcemente complicata. Vedete voi, ma considerate che spostare grandi quantità di mail richiede tempo e spazio.
Ricordate che una mail da 1 megabyte emette circa 19 grammi di CO2. Usare lo spazzolino di bambù ha poco senso, se poi teniamo tutte le mail con scritto “ok”. Ci sono scambi con le mie amiche di fandom che credo abbiano inquinato più di Taylor Swift. A generare la maggiore impronta comunque è lo spam, quindi fate spesso pulizia.
Se siete persone ordinate e pazienti, etichetterete per categorie le mail che volete conservare. Se siete come me, ci pentiremo insieme di non averlo fatto.
Ho aperto per la prima volta su questo PC quella faccia da schiaffi di Outlook. Se avete Windows ve lo trovate pre-installato, ma in ogni caso potete scegliere il client che preferite. Qui ce ne sono alcuni.
Sul client, ho impostato POP e IMAP. Se non lo avete mai fatto, è semplice. Andate nelle impostazioni e inserite, nel caso di Gmail:
pop.gmail.com / smtp.gmail.comOutlook è partito a scaricare tutte le email rimaste nella casella e io ho acceso la Playstation 5, perché è una cosa lunga. Io l’ho resa ancora più lunga dimenticando di svuotare prima il cestino e pulire le cartelle dove si accumula lo spam (a proposito di inquinamento). Ricordatevi di farlo.
Essendo una casinara, ho voluto fare un backup ulteriore tramite Google, in modo da ripristinare tutto in un click all’occorrenza. Questa è la guida.
Su un hard disk esterno, ho creato una cartella dove mettere il backup, poi ho fatto il caro vecchio “trascina” delle mail dal client alla cartella.
Ora la mia posta è tornata mia! <3Ricordatevi che la casella è probabilmente sincronizzata, cioè quello che succede su Outlook, succede su Gmail da browser. Io ho fatto un’Eleonorata, cioè ho cancellato dal client tutte le email che avevo già copiato, pensando di tenere il segno, invece così le ho eliminate anche sul browser. Peccato che in mezzo ce ne fossero molte recenti che devo tenere a portata di mano. Outlook nasconde il maledetto cestino, così le ho dovute ripristinare a blocchi da quello Gmail. Non le avrei perse per sempre, ma sarebbe stato uno sbatti aggiuntivo.
Se serve, potete travasare le mail che volete sul vostro nuovo indirizzo tramite le opzioni di import-export del nuovo provider.
Mail in salvo e caselle Gmail semi vuote! Daje!
“Semi” perché una migrazione completa è un processo, quindi non si può semplicemente detonare l’account. Ci sono da scaricare le app, dire a tutti di scrivervi sul nuovo indirizzo e sostituirlo nei servizi che usate…insomma, un passo per volta.
La mia idea, al momento, è quella di lasciare le Gmail attive per almeno un anno, così da assicurarmi di non ricevere più niente di importante lì. Tanto, a breve la maggior parte dei dati li avrò cancellati o spostati altrove.
Se le vostre caselle “serie” sono belle pulite, potete settare un forward automatico al nuovo indirizzo. Io non lo faccio perché sono piena di uffici stampa che ignorano le mie richieste di disiscrizione e non voglio portarmeli dietro.
Cosa fare dopo di Gmail, sta a noi. Possiamo cancellarla, o lasciarla attiva per ricevere spam generato dall’AI, di cui l’AI si nutrirà. Che poesia.
Il postino suona sempre due volte (ma anche di più, se serve)
È evidente che vi servirà un nuovo indirizzo email, o più d’uno. La seconda regola di sicurezza online è non lasciare tutti i dati nello stesso paniere (la prima è non usare sempre la stessa password), quindi io ne ho fatte tre: stronzate, lavoro, attività sensibili (medici, banche, assicurazioni ecc.). In realtà “stronzate”, non avendo il mio nome, è un jolly. Perché resti tale non posso spargerla ogni volta che compro i calzini, e qui entra in gioco il masking. In parole poveracce, certi servizi permettono di creare falsi indirizzi email da usare per le registrazioni. In certi casi sono temporanei, in altri rimangono e fanno forward al vostro indirizzo reale, che resta nascosto. Potreste averne uno per tutti gli account social, per esempio. Oppure, in un mondo distopico in cui è vietato fare manifestazioni (ahah…ah?) potreste organizzarvi da lì.
Pare un casino, ma non lo è. Ce l’ho fatta io, e dovreste aver capito che non sono esattamente laureata al MIT. Io ho scelto Proton, che è considerato il provider migliore per sicurezza e riservatezza. Offre possibilità di masking integrato, un suo ecosistema di servizi (calendari, cloud ecc.), potete importare la vostra Gmail e sta in Svizzera, quindi è protetta dal GDPR e… be’, dalla Svizzera. Infine - cosa più importante - è open source. Sempre qui trovate altre opzioni, ma ricordate che alcune sono a pagamento (se il prodotto non sei tu…).
La mia prossima impresa sarà cambiare indirizzi a tutti i servizi a cui sono iscritta e cancellare quelli che non uso più. Se non torno, dite a mio marito che non può vendere le mie action figures.
Altre cose che magari vi interessano
In diversi mi avete chiesto qual è il procedimento per scaricare gli archivi di Facebook, che comprendono foto e attività varie (quasi tutte inutili, ve lo dico).
Io sto trovando difficoltà coi post, cioè l’unica cosa che voglio, ma potrebbe essere un fatto di impostazioni. La guida è qui, mi fate sapere com’è andata?The Opt Out Project è un programma in venti giorni per evadere dalle big tech.
È chiaro e leggero, adatto a tutti.Se appartenete alla comunità LGBTQ+ e non vi sentite più sicuri, questo sito ha creato una guida apposita per difendersi dalla sorveglianza online;
Vi ho già parlato del Lord Saviour Vivaldi? No, sul serio, mai usato browser migliore, non tornerei più indietro.
Letture più serie di questa
Privacy Letters è un must. Non proprio per novizi, ma è facile da seguire e spiega bene tante faccende complicate di attualità digitale;
Mattia Marangon parla di infobesità su Edamame;
Il bellissimo post Saranno tempi duri: organizziamoci di Alessandra Farabegoli è stato condiviso molto, ma voglio farlo anch’io.
Qualcuno mi fa il segno della forbice, quindi titoli di coda:
il Carusello è gratuito, ma se questi argomenti ti interessano, vuoi leggerne in un romanzo e sostenermi, puoi acquistare il mio ultimo libro, “Doveva essere il nostro momento”, edito Mondadori. Se lo prendi qui ti arriva con dedica (specifica “con dedica”) e supporti una libreria indipendente. Se però, per motivi che non giudico, preferisci Amazon, è qui.
Ciao amici, ci rileggiamo il 18 marzo!
Quasi nessuno si azzardava a registrarsi con nome e cognome reale, se non in ambiti strettamente lavorativi; l’ideona di dare tutte le nostre info online ci è venuta con Facebook.
I newsgroup sono -bisognerebbe dire erano? - spazi su reti di server interconnessi, creati per discutere di uno specifico topic (da qui l’espressione OT, Off Topic). Invii un messaggio e tutti gli iscritti possono vederlo, riceverlo via mail e rispondere. Le famose “istanze di Mastodon” non sono diversissime.
Alla fine mi sono dovuta disconnettere a metà, disperandomi perché non ero riuscita a scaricare le mail successive. In compenso, la prima metà di We gotta power è la prima sigla di un anime che ho imparato a memoria; la seconda, invece, è stata a lungo un mistero.




al di là della riflessione (utilissima), grazie per i consigli pratici, Eleonora! le nostre caselle sanno così tanto di noi, eppure sembra ormai impossibile farne a meno...
Grazie per la citazione 🙏